Dance first, think later. It's the natural order. Un suggerimento di Samuel Beckett


Foto Alberto Catera©

A fine aprile ho trascorso una settimana per l'Interculturale Clown - Primavera 2018, condotto da Robert McNeer e Mirco Trevisan, insieme a 14 avventurosi alla Luna nel Pozzo (Ostuni) - posto (davvero tanto) magico creato da Robert e sua moglie, Pia Wachter.
Cinque giorni per giocare esplorare, danzare, sperimentare, accompagnati dalla musica, dai suoni, dalle voci. Lingue diverse, suoni diversi. Paesaggi diversi. Anche abilità diverse.

Quattordici apprendisti clown alla scoperta del mondo, di sé, degli altri, della natura bella e libera che fa della Luna nel Pozzo il posto speciale che è.
Libera qui la natura lo è non tanto perché selvatica, ma perché - curatissima - è lasciata libera di esprimersi, sotto uno sguardo amoroso, accudente, rispettoso dello spazio vitale necessario ma pronto ad intervenire al bisogno. Non ho visto ramo fragile privo di sostegno.
Alla stessa libertà siamo stati invitati noi 14. Accompagnati con gradualità da Robert e Mirco ad interagire con oggetti, cappelli, piante, scale, fiori, teli colorati, abiti e nasi rossi.

E mentre il mondo prendeva forme inedite e colori nuovi, mentre i corpi si ingrandivano, espandendosi nell'aura intorno, gli occhi più aperti a contenere lo sguardo sorridente di noi pubblico, sostando sull'incoraggiamento di un ‘wow’ o rimbalzando sulla risate a gola spiegata, piano piano uno spazio interiore ha cominciato ad affacciarsi, a sporgersi oltre. Infinitesimale la vibrazione dentro, fino al farsi percepibile di un cambiamento, forse un'apertura.
Qualcosa che chiede spazio e ci si riversa. Improvvisamente si viene un po' sopraffatti  da questa tenerezza, non facilissima da maneggiare. Che personalmente auspicavo, conoscendo il lavoro di Robert, ma che mi ha proprio preso alla sprovvista, amplificata dal contesto, e dall'intensità di questo incontro.

Saranno stati i baci sui capelli, a sorpresa, di Massimo, il nostro maestro con la sindrome di clown. Forse le lunghe ciglia del piccolo Lorenzo, il superbambino di Mirco e Susanna, mentre osservava il mondo dal palchetto delle mie braccia. Un peso capace di fare emergere una memoria fisica che le mie braccia avevano sigillato sul ricordo di mia nipote Elisa, piccolissima...
Sarà stata forse la spettinata bellezza di questo posto. O tutte queste cose insieme.
Forse il dedicarsi reciprocamente tempo per conoscersi, attraverso suoni della memoria e il canto.
Ad un certo punto mi sono chiesta se nella mia vita avessi mai saputo giocare così, con la possibilità di libertà che intuivo.

Quando ho disimparato che il gioco è deresponsabilizzazione?
E chi mi ha convinto che la deresponsabilizzazione sia il male assoluto, il caos, la perdita di controllo, il peggiore egoismo, la più brutale forma di individualismo.
Se posso andare oltre il rispetto verso chi mi è accanto, includendolo in uno sguardo affettuoso, che altra responsabilità ho che non sia verso me stessa?
E cosa succede se posso sperimentare di accantonare anche questa responsabilità verso me stessa a favore di un sapere altro, più profondo, che conosce il bene per me?
Perché non poter credere che, accanto al senso del dovere/responsabilità, esista una capacità organica di assecondare il ritmo, di seguire forme nuove, di vedere in maniera differente...

Per quel poco che posso aver capito, il clown non conosce lungimiranza né prudenza, il clown non si sente minacciato dal mondo pertanto non ha bisogno di proteggersi. Il clown sa che il mondo gli darà ciò che gli serve, quando gli servirà. Come diverse espressioni artistiche, il clown cresce nel levare.

Lasciare andare le cose. Ecco. E mentre ponderi, forse, di poterci provare,  eccoti l’occasione di affrontare questa deresponsabilizzazione in un incontro con i diversamente abili. Triplo salto mortale. L'occasione è una prova aperta in cui nulla è preparato e a cui nulla può prepararti.
Ecco che quel 'diversamente abili' acquista un sotto-testo in cui da diversamente diventa inferiormente. Perché? La responsabilità insita nella mia diversità è indirizzata a tutelare il clown che si diverte felicemente accanto a me fregandosene delle regole o la mia supposta superiorità (il vero e forse unico elemento veramente fragile in tutto il contesto)?
La risposta io l'ho vista in Robert che corre verso Mara, apparsa sul palco per il desiderio di danzare, a metterle il naso rosso. Ti vedo, ti comprendo e ti accolgo. La diversità in natura è una ricchezza, e non ci sono sopra o sotto.

E tuttavia questo abbandonarsi, questo lasciarsi andare fiduciosi nel tempo presente fa deflagrare i sistemi di allarme. Tutti Insieme. Credo sia questo ad aprire la porta al pianto. Liberatorio. Condiviso.

Da sempre sono ipercritica verso la mia commozione. Sapendo di avere la lacrima facile, detesto tutto ciò che mi ci fa indugiare. Per questo conservo come memoria preziosa gli abbracci scambiati.

C’è una danza che chiamano la danza dell’angelo custode che esprime, meglio di 1000 parole, la propria propensione verso il mondo. Mi sono ritrovata a seguire senza esitazione. Qualcuno. Sorpresa poco congruente con l’immagine che ho di me. Seppure...
Nell’approccio di Robert verso il mondo (che Mirco sta facendo suo con un'adesione non didattica ma creativa), verso la Luna, verso le persone, nel loro averne cura senza volerle/li conformare ad un pensiero o a un desiderio, io mi riconosco e ritrovo la mia riparazione. E seguo. Come con Grazia.

Mi ritengo molto fortunata per aver avuto più volte nella mia vita l'occasione di incontrare persone che hanno la costanza, la disciplina, la vocazione di far fiorire il mondo. La sperimentazione di una possibilità di amore che lascia libero l’altro (e che libera anche me). Io provo una profonda gratitudine per chi testimonia, con la propria vita, che questo tipo di amore è possibile.  E lo rende reale.

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